Hatha-yoga tradizion. e moderno - Contenuto della pagina Stampa o Pdf Stampa o Pdf

  • Lo Hatha-yoga tradizionale
  • L’attenzione al corpo e al respiro
  • Gli asana tradizionali
  • Breve storia dello Yoga moderno
  • Asana moderni, sequenze e tipi di Yoga

 

Lo Hatha-yoga tradizionale

 

La struttura delle nostre lezioni è stata ampiamente descritta nella Pagina dedicata allo Yoga classico. In questa ci proponiamo di approfondire che cos’è lo Hatha-yoga tradizionale e quali parti di esso entrano nelle nostre lezioni.

Ma cominciamo col presentare l’Hatha-yoga tradizionale. Esso nasce e si sviluppa come conseguenza logica del Tantrismo, che nel III-VIII sec. d.C. generò un tale fermento culturale che quel periodo è ricordato come il periodo d’oro dell’India ed è paragonabile al fervore illuminista che cambiò gli orizzonti del mondo occidentale nel XVIII secolo.

Le prime evidenze dello Hatha-yoga si hanno nel XII-XIII sec. d.C. e dobbiamo ai saggi Gorakshanath e Matsyendranath l’elaborazione e la descrizione delle primissime tecniche, che saranno via via perfezionate e daranno vita ai tre testi classici che sono a disposizione dei nostri studi:

 

  • la Shiva samhita (XIV sec. d.C.), la più completa sotto il profilo filosofico e descrittivo, che contempla 4 asana (3 sedute e 1 articolata, Pashcimottana, cioè la Pinza, qui chiamata Ugrasana), i pranayama, le mudra e i bandha, i shatkarma, la fisiologia sottile e il samadhi del Raja-yoga;
  • lo Hathayogapradipika (XV sec. d.C.), che parla di 15 asana (5 sedute, 9 articolate e 1 distesa) e riprende i temi della precedente con alcune variazioni;
  • la Gheranda samhita (XVII sec. d.C.), che spiega 32 asana (12 sedute, 17 articolate, 2 in piedi e 1 distesa) includendo fra queste tutte le posizioni già descritte nei due testi precedenti. Poi anch’essa tratta, con variazioni, gli altri temi.

 

In occasione del primo incontro col comune termine sanscrito “asana”, che è maschile e significa “stare seduti”, è bene sapere che per pronunciarlo correttamente dobbiamo accentare la prima “a”, come se fosse doppia, e che la “s” è dolce, come in “sera”. Si sappia che il suono della “s” aspra di “rosa” non esiste né in sanscrito né in greco né in latino, cioè in tutte le lingue classiche indoeuropee.

 


 

L’attenzione al corpo e al respiro

 

 

Le nostre lezioni danno particolare importanza sia al corpo che al respiro e, infatti, non esiste solo il bisogno di disciplinare la mente.

Per la cultura che ci caratterizza, noi occidentali abbiamo un particolare bisogno di rivolgerci con grande attenzione al nostro corpo ed è proprio per questo che le Lezioni di Yoga classico sono occupate per la maggior tempo dai 32 asana tradizionali, dagli aspetti energetici dei 3 bandha che spesso li accompagnano e dalle altre tecniche elaborate dagli hathayogin. Non potrà mancare il Rilassamento completo, rinomato per le esperienze corporee che fa sperimentare e che la nostra Scuola pratica nel modo classico, di galleggiamento e psichico.

 

Non potrà mancare anche la grande attenzione accordata al respiro, che sappiamo bene quale importanza rivesta, e fin dalla prima lezione parleremo di lui e spiegheremo che “egli è il principe dei sensi”, il “nutrimento primo”, così come ci racconta un suggestivo racconto riportato nelle due più antiche Upanishad.

E allora introdurremo il concetto di prana e, più avanti, parleremo di fisiologia sottile e dei 5 soffi vitali. Vedremo le funzioni attribuite ai 7 chakra e sperimenteremo, progressivamente, nel tempo, gli 8 pranayama e i 6 shatkarman, le purificazioni interne.

 

I sigilli o gesti delle mudra e le vibrazioni dei mantra creeranno un tutt’uno dove corpo, mente e respiro si fonderanno con l’armonia che caratterizza il cosmo.

 

 


 

Gli asana tradizionali

 

 

Un promemoria che può risultare utile è la seguente elencazione dei 32 asana tradizionali, con la precisazione che la parola “asana” segue sempre il nome della posizione.

 

Di seguito le 14 posizioni sedute:

  • Siddha, del Perfetto yogin
  • Padma, del Loto
  • Bhadra, Propizia o Fausta, anche detta del Ciabattino
  • Mukta, Libera
  • Vajra, Adamantina o del Diamante
  • Svastika, della Prosperità
  • Vira, dell’Eroe
  • Gupta, Nascosta, simile a Vira
  • Goraksha, di Goraksha, simile a Garuda e a Bhadra
  • Garuda, dell’Aquila, simile a Goraksha e a Bhadra
  • Manduka, della Rana seduta
  • Samkata, Contratta, come Gomukha, con mani sulle ginocchia
  • Vrsha, del Toro
  • Yoga, dello Yoga, simile a Padma

L’unica posizione in piedi:

  • Vrksha, dell’Albero

Le 17 posizioni sedute o distese, variamente articolate:

  • Simha, del Leone
  • Gomukha, del Muso di vacca
  • Utkata, della Bilancia
  • Dhanur, del’Arco
  • Matsya, del Pesce
  • Matsyendra, di Matsyendra
  • Pashcimottana, della Pinza
  • Mayura, del Pavone
  • Kukkuta, del Gallo o della Gru
  • Kurma, della Tartaruga, anche detta dell’Angolo seduto
  • Uttana kurma, della Tartaruga sollevata
  • Uttana manduka, della Rana sollevata
  • Shalabha, della Locusta
  • Makara, dell’Alligatore o del Coccodrillo
  • Ushtra, del Cammello
  • Bhujanga, del Serpente o del Cobra
  • Mrta o Shava, del Cadavere o del Rilassamento completo

La posizione della Candela, conosciuta come Sarvanga-asana , non è citata tra le posizioni ma tra le mudra, o sigilli, e viene chiamata Viparitakarani, o “Gesto inverso”.

La Capovolta, o Sirsa-asana, è invece una posizione moderna.

 


 

 

– Breve storia dello Yoga moderno

 

Il primo pioniere dello Yoga in Occidente è stato Swami Vivekananda, attraverso una lunga serie di conferenze tenute a partire dal 1893 in America e in Europa. E’ lui che, con il suo famoso “Raja yoga” del 1896, getta le basi del moderno Yoga, aperto a ogni cultura e religione e dove la pratica fisica era pressoché assente. E’ sempre lui che ha favorito la rinascita dello Yoga in terra indiana, dato che da almeno tre secoli lo Yoga filosofico era rimasto prerogativa di pochi eletti e lo hatha-yogin era tenuto in scarsa considerazione perché facilmente confuso col fachiro o col sufi musulmani.

 

Il motivo di questa temporanea caduta dello Yoga, dopo quasi due millenni di enorme rilevanza, va ricercato nelle vicende storiche che hanno afflitto l’India in questi ultimo otto secoli. Riportiamo solo un paio di dati relativi alle dominazioni straniere che si sono susseguite a partire dal XII secolo e fino al XX secolo: quattro secoli di dominazioni islamica, due secoli di dominazione mongola e due secoli di dominazione inglese (1757-1947).

 

L’Occidente, dicevamo, era rimasto colpito da questo messaggio filosofico, spirituale e meditativo pressoché sconosciuto, ma l’India, ancor prima, era stata rapita dall’energia sprigionata dai corpi atletici forgiati dalla disciplina della Cultura fisica che aveva affascinato l’Europa e l’America alla fine del XIX secolo e che non aveva risparmiato, ad opera dei civili e militari inglesi, anche la terra indiana.

 

Per la cronaca, il XIX fu un secolo di grande attenzione al corpo. Fin dagli inizi dell’Ottocento si era affermata la Ginnastica medica svedese e i suoi metodi si erano diffusi ovunque. Il corpo, le sue possibilità e la sua salute si imposero come imperativi necessari. Fu una  “globalizzazione” ante litteram dei bisogni del corpo, un vero e proprio contagio intercontinentale, una solenne fascinazione.

 

Ma gli otto secoli di dominazione straniera non poterono che favorire la nascita e lo sviluppo di un potente movimento nazionalista indiano che si ripromise di dare lustro alle antiche tradizioni e alle antiche saggezze partendo dalla sua stessa storia.

 

E siccome la Cultura fisica occidentale aveva già conquistato il cuore di molti indiani, tra cui alcuni Maharaja potenti, ci fu chi ebbe la capacità di ammantare quella moderna attività fisica con gli elementi filosofici propri dello Yoga. Nel Karnataka, per volontà del Maharaja di Mysore, nel suo stesso Palazzo, fu istituita negli anni ’30 una Scuola di Cultura fisica che fu affidata alle cure di Tirumalai Krishnamacharya e che aveva come dichiarato obiettivo quello di creare nuove tecniche e sequenze di tecniche che si adattassero alle esigenze della cultura indiana. Le personali conoscenze di Krishnamacharya sullo Yoga fecero il resto e i più noti maestri che uscirono da quella Scuola furono B.K.S. Iyengar e K. Pattabhi Jois. Il resto è storia modernissima.

 

Fu così che quei maestri, nell’arco di soli trent’anni, riuscirono a dare corpo e vita al cosiddetto Yoga moderno, o Hatha-yoga moderno. Hanno seguito il solco lasciato da Vivekananda, anche se, diversamente dal suo pensiero, hanno dato enorme enfasi agli aspetti fisici. Essi sono giunti in Occidente negli anni ’50 e in pochi decenni lo hanno letteralmente conquistato.

 

L’India e la sua saggezza, per mezzo dello Yoga, si è presa una rivincita storica sulle genti e sulle culture che l’avevano per lungo tempo dominata.

 

Abbiamo voluto esporre le premesse storiche dello Yoga moderno. Chi volesse approfondire il tema può consultare il ricco e documentato testo: Mark Singleton, “Yoga body, The origins of modern posture practice“, Oxford University Press, New York, 2010, p. 273 (scaricabile on line in PDF), frutto di vent’anni di ricerche fatte da studiosi e da indianisti di elevata taratura.

 

Vent’anni di studi, a partire da Gordon Melton nel 1990, durante i quali diversi ricercatori dell’Università di Stanford, di quella di California e di Berkeley si sono occupati delle origini e dello sviluppo dello Yoga moderno. I nomi di questi studiosi sono: Karl Baier, Fuchs, Norman Sjoman, Joseph Alter, Elliot Golsberg, Sarah Strauss, Elisabetta De Michelis, Mark Singleton e ancora altri.

Gli ultimi due fanno parte dell’Istituto di Ricerche Indiane di Cambridge e hanno dato alle stampe pubblicazioni mirate di tutto rispetto. 

 

 


 

– Asana moderni, sequenze e tipi di Yoga

 

Rispetto ai 32 asana dello Hatha-yoga tradizionale, lo Yoga moderno ha creato una quantità enorme di posizioni, nel numero di diverse centinaia, frutto, molto spesso, delle caratteristiche fisiche dell’insegnante che le ha ideate. Ma, purtroppo, la quantità va spesso a scapito della qualità e il dedicare tante energie al corpo, fino a fargli eseguire (poveretto!) delle sequenze acrobatiche o fargli assumere delle posizioni contorsionistiche, genera facilmente il rischio di non poterlo ascoltare e di trascurare la mente. Quando invece sappiamo che lo Yoga è, per tradizione e cultura, uno strumento di disciplina della propria mente, uno strumento raffinato fatto di conoscenza, di spiritualità, di etica e di tecniche meditative.

 

Questo stato di cose ha generato la nascita di un’enorme varietà di tipi di Yoga, dalle definizioni le più fantasiose, che nascono e muoiono anche nel giro di una stagione. La ragione è da cercare nell’offerta di effetti speciali che dovrebbero garantire una risposta pressoché immediata e che, invece, se riesce a sbalordire all’inizio più in là di tanto non riesce ad andare. Ma questo fa parte delle cose della vita ed è già una cosa buona che venga citata la parola “Yoga”, perché chi viene a conoscerla, prima o poi, si chiederà cos’è.

 

Ben vengano, quindi, i diversi tipi di Yoga, le varie sequenze e le tante posizioni dello Yoga moderno a servizio delle esigenze dell’Occidentale, ma la raccomandazione è di porre un’attenzione particolare agli asana tradizionali e alle loro varianti, che possono anche essere numerose, ma sempre frutto di una lunga sperimentazione. E poi alla visione del mondo e alle relazioni che instauriamo con lui. Al superamento delle proprie afflizioni mentali e, infine, alla ricerca del bene comune che è in ogni cosa.

 

Va proprio in questa direzione il famoso articolo di Federico Rampini su La Repubblica del 9 gennaio 2012 dal titolo “Yoga, il mito si incrina. Non fidatevi, fa male”, il quale, anche se cultore di Yoga con al suo attivo degli articoli specifici, mette in guardia contro i pericoli derivanti da uno Yoga che trascura sia la conoscenza e il rispetto del proprio corpo sia i suoi dati tradizionali di partenza.

 

Potete leggerlo qui sotto, corredata da un illuminante commento del Presidente dell’Unione Induista Italiana, cliccando sul link:

 

– Articolo Rampini con commento del Pres. Ass. Induista Italiana